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Se Parigi Avesse il Mare. Dicembre / Des Terres / OutoftheBlue / Vivide / Bistrots, Raymond Depardon / L'Autre bout du Monde
10 dicembre 2025
Dicembre è una nuvola di goccioline microscopiche che avvolge Parigi.
Gli ombrelli non servono, non ci si ripara dal grigio. Ci sono solo due opzioni possibili, chiuderlo fuori dalle finestre o immergersi nel suo abbraccio freddo. La foschia sfuma i contorni della città, stanca anche lei di mostrarsi troppo chiaramente. Le lucine iniziano a brillare per il Natale che si avvicina, ogni bagliore sembra un ricordo sfocato. Eccola, è proprio lei, 100% Paris.
1. Boulot-métro-resto : Des Terres
Boulot-métro-resto: lavoro, metro, ristorante, a Parigi si mangia fuori
Dal 2021, Des Terres è una di quelle cave à manger che conquistano a prima “visita” e ti fanno subito sentire a casa. Un bistrot di quartiere, una tana dove tornare, per un bicchiere di buon vino, sapori sempre nuovi e piatti serviti con cura e creatività. In una stradina tranquilla del 20e arrondissement, vicino alla Place de la Réunion (bellissima piazzetta da scoprire soprattutto durante le ore del mercato), Des Terres accoglie i suoi clienti con la sua saletta divisa in due da un grande bancone. Tutto intorno, tavolini e bottiglie.


Nel 2024, è arrivato dalla Sicilia lo chef Alessandro Maniaci, portando con sé una cucina che fa viaggiare tra sapori e curiosità, esaltando ingredienti locali con un tocco personale e mai prevedibile. La scelta dei vini è ampia e sorprendente: naturali, di provenienze diverse, pronti a essere scoperti.
Des Terres, 82 Rue Alexandre Dumas, 75020 Parigi
2. On fonce ! : Out of the Blue
On fonce ! : andiamoci!
Neon, atmosfera soffusa, un grande divano e un maxi schermo. Out of the Blue è un luogo ibrido dove si scende al piano interrato per scoprire cortometraggi poco conosciuti (da David Lynch e Werner Herzog, a giovani registi) mangiando popcorn sucrés-salés e sorseggiando un bicchiere di vino. Questo bar e micro-cinema unico nel suo genere, nascosto nel cuore dell’11e arrondissement, è stato creato da Chloé, appassionata di cinema d’autore e vini. Il nome richiama il film cult di Dennis Hopper e suggerisce fin da subito l’orientamento verso opere rare e poco accessibili.


Io l’ho scoperto un po’ per caso, in occasione della proiezione del film che accompagna l’ultimo album di Andrea Lazlo De Simone. Ogni sera, nel micro-cinema da una decina di posti situato al piano inferiore, passano in loop cortometraggi e pépites cinematografiche inaccessibili al grande pubblico. L’ingresso è gratuito, con l’idea di guardare il film e poi parlarne davanti a un bicchiere. Insomma, Out of the Blue è un rifugio perfetto per l’inverno parigino.
Out of the Blue, 9 rue Saint-Maur, 75011 Parigi
3. Flambant neuf : Vivide
Flambant neuf: nuovo di zecca
Vivide è un ristorante 100% vegetale. E’ nato da un’idea di Michelle Primc e Jérémy Grosdidier, già fondatori del bistrot Pristine, che lo hanno inaugurato a ottobre nel 18e arrondissement, con la voglia di creare un luogo di sperimentazione sull’universo vegetale. Non una scelta ideologica, ma un atto creativo: i frutti della terra permettono allo chef Grosdidier di esprimersi con grande libertà, superando i confini della cucina tradizionale.


L’atmosfera del ristorante è intima, la sala illuminata da candele e la cucina a vista invita a osservare il lavoro della brigata ai fornelli. A tavola, il pane è servito caldo, avvolto in un canovaccio, proprio come a casa. Il menu è unico e composto da sei portate tutte vegane, cambia con le stagioni e offre un vero viaggio sensoriale. Ci si lascia sorprendere da piatti che reinterpretano i sapori del mare, della terra e del bosco, pur non contenendo nessun prodotto di origine animale: tarama vegetale alle alghe, tartelette affumicata alle nocciole, zucca butternut grigliata, tagliata a fette sottili (come salmone affumicato) e servita con una golosa crema al miso.
Per completare l’esperienza, la maison propone un raffinato percorso di pairing analcolico, che permette di scoprire bevande fermentate (kéfir, kombucha, infusi) preparati in loco. Vivide è la prova che la cucina vegetale può essere insieme audace, emozionante e profondamente gastronomica. Faut y aller.
4. Dans les yeux : Bistrots, Raymond Depardon
Dans les yeux : negli occhi.
Se c’è un posto dove l’anima di Parigi si esprime in tutta la sua autenticità, sono i suoi bistrot. Luoghi d’incontro, di apertura, di vita che succede. Sempre diversi, sempre uguali, cuore di una città che cambia pur restando fedele a se stessa. Questo Raymond Depardon l’aveva capito bene, ecco perché tante sue fotografie raccontano la vie de bistrot. Non ci può essere posto migliore per riscoprire alcuni di questi scatti senza tempo, che in un bistrot, allora… Ça tombe bien: una serie inedita di foto del celebre fotografo francese è attualmente esposta in quattro ristoranti storici del 10° arrondissement.


Un percorso fotografico che celebra un tesoro ritrovato: immagini provenienti dal suo archivio, recentemente trasferito alla Médiathèque du Patrimoine et de la Photographie, a Charenton-le-Pont, poco fuori Parigi. Realizzate tra gli anni 1960 e 1990, queste fotografie raccontano l’atmosfera e la poesia di questi luoghi di vita quotidiana.
Ecco dove andare a vederle, per poi sedersi en terrasse e osservare Parigi che accade.
• L’Oursin — 27 rue Yves Toudic, 75010 Parigi
• Les Enfants Perdus — 9 rue des Récollets, 75010 Parigi
• Le Petit Chardon — 34 rue du Château d’Eau, 75010 Parigi
• Le Chardon — 27 rue Bouchardon, 75010 Parigi
5. En boucle : L’autre bout du monde, Emily Loizeau
Ecouter en boucle: ascoltare in loop.
In questo grigio dicembre, torna nelle mie orecchie una vecchia canzone che canta la voglia d’altrove, ma anche la difficoltà di affrontare distanze imprecisate (e, probabilmente, incolmabili). L’Autre Bout du Monde da il titolo all’album d’esordio di Emily Loizeau, pubblicato nel 2006. L’anno in cui è iniziata la mia vita parigina, cantando (anche) questo pezzo che, da allora, ogni tanto torna a farsi ascoltare.
Qui, ho scelto una versione del 2014, accompagnata da un delicato violoncello, a differenza dell’originale, fatta di piano e voce. Intima, malinconica, delicata, ci porta dritti nell’immaginario poetico della cantante, dalla profondità discreta e dalla forte densità emotiva.
J’avance seule dans le brouillard
C’est décidé ça y est, je pars
Je m’en vais
À l’autre bout du monde
La canzone canta la lontananza, geografica ed emotiva, la ricerca di qualcosa, qualcuno, che ci scivola tra le mani. La voce delicata di Emily racconta il bisogno di raggiungere un’imprecisata “altra parte del mondo”, immagine che diventa metafora della difficoltà di colmare certe distanze geografiche e affettive.
Forse per questo questa canzone torna in questi giorni.Perché dicembre, con i suoi bilanci di fine anno, sembra amplificare tutto ciò che resta sospeso e risvegliare la voglia di ailleurs, di fuggire all’autre bout du monde, ovunque esso si trovi.
Strati di lana e di motivazione, visto che…


