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Se Parigi Avesse il Mare. L'été / Shwi / Di Giù / Notre Dame Music Bar - Au Pain Coupé / La Caverne du Pont Neuf / J'suis snob
15 giugno 2026
Lunedì, Parigi, giugno.
One, two, three, let’s go. Voici venir enfin l’été, que j’ai languis, au moins les trois quart de l’année tous les lundis. Come dice la prima frase di questa vecchia canzone degli Zoufris Maracas, eccola finalmente, l’estate che ho atteso con ansia almeno tre quarti dell’anno, ogni lunedì (e martedì, mercoledì, giovedì… ).
Parigi è accesa di luce e di vita, o forse lo sono solo questi occhi che la guardano. Ma non c’è tempo per capire, la vie, c’est maintenant, come l’estate.
1. Boulot-métro-resto : Shwi
Boulot-métro-resto: lavoro, metro, ristorante, a Parigi si mangia fuori


Ieri ho mangiato il primo farrouj meshwi della mia vita: il famoso pollo al girarrosto libanese è arrivato a Parigi questa primavera, chez Shwi. A pochi passi dal Canal Saint Martin, il nuovo indirizzo del trio formato da Mayfrid e Ingrid Chehlaoui e dalla chef Rita Higgins (già a capo di Kubri, regno parigino della bistronomie libanese) punta sulla street food e serve panini e piatti veloci che hanno come protagonista questa buonissima specialità arrivata dal medio oriente.
Il locale immaginato dall’architetto Samar Keyrouz, moderno e accogliente, rende omaggio alle botteghe di Beirut ma anche un po’ ai deli newyorkesi. Carne cotta alla perfezione, salsa toum al peperoncino, sumac e aglio, patate fritte o al forno, taboulé. Servito al quarto, a metà, in sandwich o in bowl, il farrouj si magiare sul posto o seduti sul canale. È buonissimo, se lo assaggi ci torni, come farò io.
Shwi, 60 Rue de Lancry, 75010 Parigi
2. On fonce ! : Di Giù
On fonce ! : andiamoci!


Restando in zona Canal Saint Martin, che fai, un dolcetto non lo mangi dopo pranzo?Rue des Vinaigriers, vai a trovare Giuseppe Di Giuro, pasticciere barese impiantato in questa Parigi che non ha il mare, ma che ora grazie a lui ha qualche pugliesissima delizia da gustare (anche) nei momenti di nostalgia. Prima di aprire Di Giù, è passato per due indirizzi italiani molto apprezzati della capitale francese, l’Osteria Ferrara e Pastore. Ha iniziato in cucina, per poi approdare alla sua grande passione, la pasticceria. Il suo progetto è semplice e ambizioso allo stesso tempo: portare a Parigi, regno della pâtisserie française, alcune specialità della pasticceria italiana, maritozzi, pasticciotti, tette delle monache, panettone a Natale.
Con la bella stagione, sono arrivati i gelati e, ça va sans dire, le code per comprarli. Ma l’attesa vale. Tra i gusti più interessanti, non lasciarti scappare la feuille de figuier, gelato dalla cremosità intensa che racchiude tutta la delicata potenza delle foglie di fico. Incredibile. Da provare, anche il gelato all’olio d’oliva, una creazione già proposta all’Osteria Ferrara anni fa. I gusti cambiano spesso, a seconda degli ingredienti disponibili e delle idee di Giuseppe. Dal mercoledì alla domenica, dalle 9 alle 18, qui troverai sempre dolcezza e sorprese.
Plantation Paris, 37 Rue des Cheminots, 75018 Parigi
3. Flambant neuf : Notre Dame Music Bar vs Au Pain Coupé
Flambant neuf: nuovo di zecca


Une fois n’est pas coutume, una volta tanto, questa rubrica accoglierà due posti e una riflessione.
Una delle mode parigine (e non solo) del momento, sono i listening bar. Arrivati in a Parigi da un annetto, ispirati dai pluriennali cugini giapponesi, stanno aprendo come funghi un po’ ovunque in città. Dotati di sistemi sonori (e d’insonorizzazione) all’avanguardia, offrono momenti musicali di grande qualità, accompagnati da vin nature, cocktail, caffè de spécialité, piattini o altre leccornie da condividere ascoltando una selezione musicale assez pointue (di nicchia, insomma). E ovviamente, sono molto amati dai bobo parisiens (spiegazione probabilmente superflua, ma in caso qualcuno non lo sapesse ancora, parlo dei bourgeois bohémien, i radical chic locali).
Notre Dame Music Bar è luogo curato ed elegante, dove musica, vino e cibo sono ottimi. I ragazzi che lo hanno fondato e se ne occupano, sono sorridenti e entusiasti. Insomma, è un bel posto dove andare per l’apéro. A volte, organizzano listening session di dischi nuovi o accolgono DJ di passaggio per pop-up sonori da scoprire, altre pomeriggi-cérémonie du thé, per sedersi da soli e osservare l’arte giapponese di servirlo in musica.
Quando ci sono andata la prima volta, ero con due amici. Andando via, all’angolo della strada, un altro posto ha attirato la nostra attenzione. Un vecchio bar de quartier semplice ma dall’aria accogliente. All’interno, una signora, un cane e un unico cliente seduto al bancone. Allez, un dernier verre pour la route, beviamoci il bicchere della staffa, ci siam detti. Au Pain Coupé è un luogo della resistenza: bar o ristoranti, barbieri o parrucchieri, negozi, che restano uguali da decenni, combattono la gentrificazione, le tendenze. Sono sempre meno, resistono, si aggrappano con le unghie alla vita del quartiere e, purtroppo, chiudono uno dopo l’altro. La proprietaria, Marie-Jeanne, vive nel retrobottega, apre ogni giorno le porte di questo bar accogliente da trent’anni, in compagnia del suo cane. Va in vacanza una settimana all’anno, a maggio: perché ad agosto, Paris est merveilleux, dice, e io sono d’accordo con lei. Se hai fame, serve solo l’omelette, che ti prepara come fosse tua nonna e poi, se le va si siede al tuo tavolo a fare due chiacchiere. E poi lui, la star de la maison, il juke-box, per far suonare le migliori canzoni ‘70-‘80-‘90 e ballare nel poco spazio a disposizione, col cane che ti guarda male. Questo bar non esiste neanche su Google, per capirci, ma è uno di quei posti dove Paris est 100% Paris.
Notre Dame Music Bar, 6 Rue Emile Lepeu, 75020 Parigi
Au Pain Coupé, 40 Rue Léon Frot, 75011 Parigi
4. Dans les yeux : la Caverne du Pont Neuf
Dans les yeux : negli occhi.


Giugno 2026, Parigi non aspetta altro. JR ha trasformato il Pont-Neuf, il più antico ponte che unisce le due rive della Senna nel cuore di Parigi dal 1607, in una grotta éphémère. La Caverne du Pont Neuf è un omaggio al quarantesimo anniversario del The Pont Neuf Wrapped di Christo e Jeanne-Claude, il celebre “impacchettamento” del 1985. L’artista prende ispirazione dal calcare luteziano, la pietra estratta dalle cave locali con cui il ponte, e gran parte della città, sono stati costruiti. Si tratta di una monumentale struttura gonfiabile di 120 metri di lunghezza, 20 di larghezza, con un’altezza variabile tra i 12 e i 18 metri. Thomas Bangalter, ex Daft Punk, ne ha composto l’identità sonora. Snap Inc. ha sviluppato un’esperienza di realtà aumentata che animerà le pareti della caverna attraverso lo smartphone. Oltre alle immagini e ai suoni, a Caverne avrà anche un suo odore, di petricore, terra bagnata, humus, concepito da Sarah Bouasse, specialista di profumi e odori.
Però, a volte il cielo. L’inaugurazione, prevista per il 6 giugno, è stata rimandata a data da destinarsi, perché l’installazione è stata danneggiata dalle violente raffiche di vento che “l’inverno parigino” di inizio giugno ha deciso di scagliargli contro. La tela esterna è stata strappata, della serie: come osate sfidare il cielo di Parigi, a giugno? Insomma, l’inaugurazione è attesa prima della… chiusura prevista per il 28 giugno. L’ingresso sarà gratuito, 24 ore su 24, e tutta Paris sarà attirata da questa caverna delle meraviglie, calamita irresistibile al centro della città.
5. En boucle : J’suis snob, Boris Vian
Ecouter en boucle: ascoltare in loop.
Ho ripensato molto al mio amore per Boris Vian, ultimamente. Lui, che è stato tutto e il contrario di tutto, ingegnere, romanziere, poeta, trombettista jazz, chansonnier. Lui, vissuto solo 39 intensi e pazzissimi anni, che ha osato dire di no alla guerra e s’è fatto censurare (se non la conoscete ancora, fatevi un regalo e ascoltate Le Déserteur). Lui, che mi ha insegnato il francese che conosco e ha ospitato nella sua Fondation la milonga parigina dove ho mosso i primi passi del mio amato tango, derrière le moulin, in fondo alla Cité Véron. Boris Vian ha attraversato la Francia del dopoguerra con ironia feroce e leggerezza. Era malato di cuore, lo sapeva, per questo l’ha messo in qualsiasi cosa abbia cantato, scritto, detto, lasciando dietro di sé un’opera immensa.
Scritta nel 1954, J’suis snob è stata presentata per la prima volta al cabaret Les Trois Baudets nel febbraio 1955. Un’ironica e divertentissima ode allo snobismo, condizione umana che attraversa epoche e ragionevolezza.
J’suis snob
Excessivement snob
Et quand j'parle d'amour
C'est tout nu dans la cour
La canzone delinea un po’ alla volta il ritratto di un dandy che vanta la sua boria come uno stile di vita faticoso ma irrinunciabile, da condividere con simili dall’eleganza décalée, assurda. Il collage di dettagli cantati smonta, in realtà, pezzo per pezzo il finto conformismo di chi vuole distinguersi a tutti i costi con le sue abitudini tellement snob, giocando su un mélange di registri linguistici ed espressioni idiomatiche.
La mia frase preferita : J'avais la télé, mais ça m'ennuyait, je l'ai retournée, de l'autre côté c'est passionnant (avevo la televisione, ma mi annoiava, l’ho girata dall’altra parte, è appassionante). Settant'anni dopo, il virus dello snobismo non ha perso neanche una briciola di virulenza e noi, inutile negarlo, siamo tutti un po' contagiati (anche la sottoscritta, eh, che “la televisione mai sia, è da vent’anni che non ce l’ho!”).
Raffiche di vento spacca tutto o canicule?


