SPAM #16
Se Parigi Avesse il Mare. Canicule / Shuzo / Sauna et Bains Collectifs / Faaï / Cloud #07156 / Des Silences
8 luglio 2026
Se qualche mese fa, mi chiedevo quanto caldo avrebbe fatto quest’estate a Parigi, nelle ultime settimane la realtà e le temperature hanno superato ogni immaginazione. Nessuno era pronto a questo caldo qui, per così tanto tempo. In una città dove i palazzi sono nati per trattenere il calore, dove nessun appartamento ha la clim’ e il sole d’estate tramonta alle undici di sera, la canicule schiaccia tutto (e, di sicuro, i miei neuroni). Giugno ha avuto l’onore di registrare il record della giornata più calda mai vissuta in Francia, e Parigi ha potuto vantare un picco di 42°C.
Monsieur le Maire Emmanuel Grégoire ha ceduto all’evidenza e autorizzato i bagni nel Canal Saint Martin, che è diventato il Copacabana de noantri: gente in giro in costume, materassini e surf, tuffi carpiati dai ponti e gastroenteriti acute (… ad andar bene). La canicule sbatte in faccia alla città i limiti di scelte politiche e sociali decennali, accende polemiche sulla gestione di problematiche climatiche ed ecologiche, e un faro su come le fasce più défavorisées della popolazione ne paghino il prezzo più alto. Mentre scrivo, alle 19.45 ci sono 34°C, e io sono chiusa in casa a godermi questo lockdown caniculaire, col ventilatore puntato su un lenzuolo bagnato, come si fa in India.
Se Parigi avesse il mare... Lo ripeto da vent’anni, ma non l’ho mai desiderato così tanto (insieme alla pioggia, chi l’avrebbe mai detto). Ma no, Parigi il mare non ce l’ha, il suo asfalto rovente brucia come non ha mai fatto nella sua lunga storia, e questa cosa mi fa abbastanza paura.
1. Boulot-métro-resto : Shuzo
Boulot-métro-resto: lavoro, metro, ristorante, a Parigi si mangia fuori


11e arrondissement, ruelle discreta, mercoledì sera. Entro in un ristorante e mi ritrovo in un universo a metà tra un bistrot di Tokyo e un bar di Bogotá, con la cumbia che suona e tecniche di cottura giapponesi. Shuzo, che si autodefinisce Izakaya Tropical, unisce due mondi di sapori in un luogo e in un nome: è la contrazione di shiso e chuzo, il basilico giapponese e la specialità di street food colombiana. Nello stesso modo, ingredienti e tecniche di questi due paesi si incontrano a tavola, e il risultato è davvero interessante. Ma da Shuzo si va anche per i DJ set di ispirazione tropicale : ritmi latini e melodie nipponiche, un mix che qui funziona alla perfezione.
Il ristorante nasce da un’idea di Andrés Ramirez, chef colombiano appassionato di Giappone e già fondatore del hand roll bar parigino Doki Doki, e di Gina Villacob, dj colombiana, che qui si occupa della sala e della programmazione musicale. La musica è, infatti, uno degli ingredienti che definiscono Shuzu: al centro della sala, c’è un giradischi high-tech che fa girare i vinili e crea una bella ambiance tropicale. Côté cuisine, la carta cambia con le stagioni, ma banana platano, manioca, pimentos restano e incontrano tecniche e sapori nipponici, come il tamal, piadina di mais e arachidi cotta al vapore in una foglia di bananier, farcita di maiale o shiitake, o il tamarillo confit delle Ande con gelato sobacha. Strani? Sì. Buoni? Anche.
Shuzo, 44 Rue Saint-Sébastien, 75011 Parigi
2. On fonce ! : (ou pas) Sauna et Bains Collectifs
On fonce ! : andiamoci!


Della serie cose che esistono a Parigi, nel giardino nascosto del del Ground Control (luogo del quale avevo già parlato qui), i Saunas et Bains Collectifs offrono un servizio nuovo in città: cabine sauna e vasche d’acqua fredda tra 5 e 10°C. Il progetto, no-profit e solidale, nasce da un’idea semplice: rendere la sauna e i bains nordiques accessibili a tutti, senza il lusso e i prezzi delle spa. Ognuno alterna momenti di caldo e freddo secondo il proprio ritmo, nel rispetto delle regole della struttura, e poi può sedersi nel giardino, per recuperare all’aria aperta.
A detta degli organizzatori, in questi giorni di cagnard, questa esperienza aiuterebbe il corpo ad autoregolare la sua temperatura. Ecco il paradosso : l’alternanza caldo-freddo attiverebbe il sistema naturale antidolorifico del corpo che, esposto a queste variazioni di temperatura, rilascerebbe una sensazione di benessere. Il bagno freddo aiuterebbe, quindi, ad abbassare rapidamente la temperatura corporea, con un effetto duraturo. Io resto perplessa e non ci vado, ma oh, c’est une option, in questi giorni di caldo estremo. Cap’ ou pas cap’ ?
Saunas et Bains Collectifs, Ground Control, 87 rue du Charolais, 75012 Parigi
3. Flambant neuf : Faaï
Flambant neuf: nuovo di zecca


Anne Coppin è stata una delle prime ballerine ad attirare la mia attenzione quando ho iniziato a ballare il tango a Parigi, nel 2014. Mi sembrava che potesse ammaliare chiunque, con la sua bellezza fragile e bionda, il suo sorriso un po’ misterioso. A un certo punto non l’ho più vista, risucchiata via come spesso accade in questo universo di persone che vedi ogni sera e poi non vedi più. Poi un giorno sono andata da Faaï, ed eccola lì, sempre bella e sorridente, ma con una presenza lontana dalla fragilità che ricordavo. In sala c’è anche Frank, il suo compagno, anche lui un volto tanguero, che invece non ha ancora abbandonato le milonghe parigine.
Anne mi racconta di aver scoperto la sua passione per la cucina in Thailandia, paese con il quale vive una storia d’amore sin dall’infanzia. Negli ultimi anni ha avuto due figlie e ha aperto due ristoranti, uno a Lille e uno a Belleville. Faaï è il suo terzo ristorante, inaugurato lo scorso aprile in una stradina dell’11e arrondissement. Il nome del locale significa «fuoco» in tailandese e, infatti, qui la brace è protagonista: i clay pot in terracotta, che arrivano dal mercato di Thewet a Bangkok, sono al centro della cucina aperta e delle specialità servite dalla maison. Anne mi spiega che l’idea era di portare a Parigi una cucina Thai diversa da quella servita nei numerosi ristoranti già presenti in città, fatta di grandi classici e piatti della cucina quotidiana.
Qui propone una bistronomie thai, creativa e autentica, portando in tavola sapori ancora sconosciuti ai parigini. Con passione e pazienza, prepara paste di curry e salse, le sue creazioni sono piene di contrasti e ingredienti da scoprire, fatte per essere condivise, come in Thailandia. Il piatto che ho preferito? Lo Yam Samun, un mix di erbe fritte croccanti e arachidi grigliate, condite con una salsa agrodolce e piccante. Un’altra delizia, il Gaeng Massaman Nuea, specialità della regione di Songkhla: curry di manzo confit, latte di cocco, tamarindo e patata dolce, servito con una galette fritta. Da Faaï tutto è un’esplosione di gusto e aromi da scoprire.
Faaï, 15 rue Trousseau 75011 Parigi
4. Dans les yeux : Cloud #07156
Dans les yeux : negli occhi.


Dopo essere entrati nella Caverne più in vista di Parigi, è arrivato il momento di entrare in una nuvola. Se in cielo non ne vediamo da settimane, ce n’è una da attraversare alla Bourse de Commerce, grazie al genio di Fujiko Nakaya. L’artista giapponese ha creato un’installazione fatta di vapore, e battezzata Cloud #07156, sotto la meravigliosa cupola della Rotonda di Tadao Ando. Potente e luminoso, questo spazio è diventato un luogo dai contorni incerti, dove i visitatori appaiono e scompaiono in un fitto banco di nebbia bianca.
Il vapore è prodotto da un sistema complesso che emette microgoccioline d’acqua identiche a quelle della nebbia naturale. Una materia effimera, in perenne movimento, che costringe chi la attraversa a perdere il controllo su quello che vede, accendendo la percezione multisensoriale. Questa nuvola si sente con la pelle, fa venire i brividi, prima di scomparire e spingerci a riflettere sui confini del corpo e della materia.
Cloud #07156 è esposta alla Bourse de Commerce nell’ambito della mostra Clair-obscur, fino al 14 septembre 2026. Un’esperienza eterea e rinfrescante, perfetta per sparire in una nuvola in questi caldissimi giorni.
5. En boucle : Des Silences, Têtes Raides
Ecouter en boucle: ascoltare in loop.
Ho scoperto le Têtes Raides nel 2001, durante il mio anno Erasmus a Lille. Le loro canzoni poetiche e un po’ punk sono state il primo contatto con la néo-chanson e con un universo di note e parole che mi sembrava mi guardassero dentro. La voce profonda di Christian Olivier ha accompagnato anni e mi ha insegnato tanto del francese che conosco e amo, con giochi di parole e immagini surrealiste.
Des Silences è uscita nel 2014, mentre io scoprivo una Parigi nuova, tutta mia. In quel periodo non ascoltavo più tanto le loro canzoni, ma questa mi è arrivata ed è rimasta.
Il pleut des silences
Les bruits de ton absence
Pour que ça recommence
Faudra s'emplir d'essence
Parla di assenze e pensieri en boucle, inizia come un mattino di un qualsiasi giorno difficile: il caffè, l'inventario di quello che succederà. E poi il ritornello, che torna e si ripete, come quei pensieri difficili da scacciare: il pleut des silences, les bruits de ton absence. Silenzi che piovono, rumori di un'assenza. La voce grave canta la mancanza, l’attesa di qualcuno che non c'è più, spinge fino a dove fa un po' male, fino a che alla fine la foglia si stacca, nel momento in cui si decide di lasciar andare. In quel 2014, con questa canzone le Têtes Raides mi hanno letto l’anima, ancora una volta.
Pour la petite histoire, il 2014 è anche stato l’anno in cui il tango è entrato nella mia vita, qualche mese dopo essermi innamorata di questa canzone. Sarà una coincidenza, ma nel video che ha accompagnato il suo lancio, ci sono due persone che ballano un tango. La musica non lo è à proprement parler, ma suona malinconica e si presta bene per essere ballata in un abbraccio.
Qualche anno dopo, ho rivisto per caso questo video e scoperto che, quelle due persone che ballavano, ora sono una delle mie ballerine preferite e uno dei miei più generosi amici. Se balli tango, li conosci sicuramente anche tu.
Faccio la danza della pioggia, e intanto…


